Non credo.
Sei serena, almeno?
Neanche questo, credo.
Stai male, allora.
Non particolarmente. Perché so quello che non c’è. E mi brucia. Anche se molto già c’è. Anche se ho macinato tanta strada. Perché non basta. Non deve bastare. Non quando hai 20 anni e tanta strada ancora da macinare. Quella che hai immaginato quand’eri bambina e che già pregusti. Ma soprattutto quella che ancora, non hai idea.
Di cosa hai paura?
Dell’attesa. E di non essere all’altezza. Di non riuscire a far tutto. E delle ore smagliate. Delle domeniche pomeriggio. E delle notti prima di dormire.
E allora com’è possibile vivere, intanto?
Piangendo. E ridendo. E camminando. Tanto, purtroppo mai abbastanza o troppo. E ogni tanto pensare che, perché no, tornare a casa scalza, e con i sandali in mano non sarebbe affatto male. E neanche sorprendermi per una sera improvvisa come quella domenica di marzo. O uscire svolazzando come una cavalletta con quella gonna verde.
Perché in fondo, il punto è questo, sempre lo stesso dopotutto. Riuscire a vivere come se la memoria della pancia fosse bianca. Un foglio tutto da scrivere. Da disegnare. O semplicemente imbrattare. Con l’ incoscienza della felicità che sta per caderti addosso. E specularmente, riuscire ad attraversare istanti così definitivi, che potresti morire anche un secondo dopo.



